Dietro al comportamento

Dietro al comportamento

Il cane non reagisce “dal nulla”: capire emozioni, motivazioni e contesto dietro un comportamento

Un cane ringhia quando qualcuno si avvicina alla sua cuccia. Un altro abbaia vedendo un cane dall’altra parte della strada. Un altro ancora si allontana quando proviamo ad accarezzarlo. È facile tradurre immediatamente ciò che vediamo in un’etichetta: «è aggressivo», «vuole dominare», «è pauroso», «è geloso», «fa i capricci».

Il problema è che il comportamento ci mostra ciò che il cane fa, ma non ci dice automaticamente perché lo sta facendo.

Due cani possono mettere in atto un comportamento molto simile partendo da stati interni differenti. E persino lo stesso cane può comportarsi nello stesso modo, in momenti diversi, per ragioni diverse. Per comprenderlo dobbiamo quindi spostare l’attenzione dal singolo gesto al soggetto che lo compie.

Un comportamento non è un’etichetta

Prendiamo il ringhio. Può comparire quando un cane percepisce una minaccia e cerca di aumentare la distanza; può inserirsi nella difesa di qualcosa che considera importante; può emergere durante un’interazione sociale conflittuale oppure quando un contatto fisico provoca dolore o fastidio.

Il suono può essere simile, ma ciò che sta accadendo al cane può essere molto diverso.

Questo è uno dei motivi per cui Roberto Marchesini invita a non confondere ciò che viene osservato con la spiegazione del problema. Una stessa manifestazione può dipendere da molte aree di criticità e, quando si cerca di comprenderne l’origine, occorre raccogliere informazioni sul cane, sulle sue iniziative, sulle relazioni, sull’ambiente e sui tempi con cui compaiono le reazioni. — Roberto Marchesini, Istruzione cinofila, § 1.2.1 «La condizione di criticità».

Il principio vale anche per comportamenti apparentemente meno problematici. Un cane che si allontana potrebbe avere paura, ma potrebbe semplicemente voler interrompere un’interazione troppo insistente. Un cane molto agitato potrebbe essere eccitato da qualcosa che desidera raggiungere, frustrato perché non può farlo, preoccupato oppure incapace, in quel momento, di regolare efficacemente la propria attivazione.

Per questo una descrizione come «abbaia agli altri cani» è un punto di partenza, non una spiegazione.

Dietro ciò che vediamo c’è un soggetto

Pensare al comportamento soltanto come risposta automatica a uno stimolo rischia di farci perdere una parte fondamentale della storia: tra ciò che accade nell’ambiente e ciò che il cane fa c’è il cane stesso.

Con la sua individualità, il suo stato fisico, le sue emozioni, le sue motivazioni, ciò che ha imparato e ciò che si aspetta possa accadere.

Nell’impostazione cognitiva proposta da Marchesini, emozioni e motivazioni costituiscono i moventi dell’espressione comportamentale: contribuiscono cioè a orientare il soggetto verso certe modalità di relazione con il mondo. — Roberto Marchesini, Istruzione cinofila, § 3.5.12 «Organizzazioni evolutive», p. 93. Anche il modello cognitivo-relazionale presentato nel volume di medicina comportamentale curato da Sabrina Giussani considera il comportamento come qualcosa che comprende emozione, motivazione e livello di attivazione, oltre all’azione che infine possiamo osservare. — Raimondo Colangeli, Franco Fassola, Sabrina Giussani, Isabella Merola, Marzia Possenti, Medicina comportamentale del cane, del gatto e di nuovi animali da compagnia, sezione «Metodo cognitivo-relazionale sistemico: un approccio multidisciplinare».

Questo cambia parecchio il nostro modo di fare domande.

Di fronte a un cane che abbaia furiosamente al guinzaglio, per esempio, non ci interessa soltanto sapere che cosa fa. Dovremmo chiederci che cosa sta cercando di ottenere o evitare, quale emozione accompagna quella situazione, quanto è attivato e quali possibilità percepisce di avere.

La stessa esplosione comportamentale potrebbe nascere dalla paura e dal tentativo di aumentare la distanza, ma anche dalla frustrazione di non poter raggiungere qualcosa verso cui il cane è fortemente motivato.

La storia cambia il significato del presente

C’è poi un elemento invisibile a chi osserva soltanto il momento presente: l’esperienza.

Il cane non incontra ogni situazione come se fosse la prima volta. Impara, ricorda, costruisce aspettative e utilizza ciò che ha appreso nelle esperienze precedenti per affrontare quelle successive. Nell’approccio cognitivo-relazionale l’apprendimento non viene quindi considerato semplicemente come la formazione di automatismi: attraverso l’esperienza il soggetto costruisce rappresentazioni e amplia gli strumenti con cui può interpretare e affrontare il mondo. — Raimondo Colangeli, Franco Fassola, Sabrina Giussani, Isabella Merola, Marzia Possenti, Medicina comportamentale del cane, del gatto e di nuovi animali da compagnia, sezione sul metodo cognitivo-relazionale sistemico.

Pensiamo a due cani davanti a una persona che allunga una mano verso di loro. Per uno quel gesto può anticipare un contatto piacevole; per un altro può essere associato a esperienze invasive o spiacevoli. Lo stimolo apparentemente è lo stesso. Non lo è l’esperienza attraverso cui viene interpretato.

Federica Manunta sintetizza bene questa prospettiva descrivendo il comportamento come un processo attivo del soggetto, dipendente dalle emozioni vissute e legato alle esperienze e alle relazioni. — Federica Manunta, Prendersi cura del cane attraverso la relazione. Dal cognitivo-relazionale alla referenza-relazionale.

Non significa immaginare arbitrariamente ciò che il cane «sta pensando». Significa, al contrario, evitare di attribuirgli intenzioni senza verificarle e formulare ipotesi compatibili con ciò che sappiamo della sua storia.

Il comportamento accade sempre da qualche parte

C’è un’altra domanda fondamentale: quando succede?

Un cane può accettare tranquillamente di essere accarezzato in giardino e irrigidirsi quando viene toccato mentre riposa sul divano. Può incontrare serenamente altri cani libero in uno spazio ampio e abbaiare quando li incontra al guinzaglio su un marciapiede stretto.

Non è necessariamente una contraddizione. È cambiato il contesto.

Spazio disponibile, possibilità di allontanarsi, presenza di persone o animali, rumori, prevedibilità della situazione, distanza da ciò che preoccupa o interessa il cane e livello di attivazione possono modificare profondamente ciò che egli è in grado di fare in quel momento. Nell’analisi proposta da Marchesini il contesto viene infatti considerato attraverso numerose variabili, comprese caratteristiche ambientali, possibili elementi evocativi, stimolazioni emozionali e arousal; inoltre, contesto e relazione vengono esplicitamente messi in rapporto tra loro. — Roberto Marchesini, Istruzione cinofila, sezione dedicata alla dimensione di vita e al rapporto fra contesto e relazione.

Perciò chiedersi semplicemente «perché il mio cane abbaia?» spesso serve poco. Molto più utile è ricostruire in quali situazioni abbaia, verso chi, a quale distanza, cosa accade immediatamente prima e dopo, come cambia il suo corpo e quali possibilità di scelta possiede.

Anche noi facciamo parte del contesto

Quando viviamo con un cane, infine, non siamo osservatori esterni. Siamo una parte importante del suo ambiente sociale.

Le nostre abitudini, le modalità con cui tocchiamo il cane, lo guidiamo, lo tratteniamo o gli lasciamo possibilità di scelta; la prevedibilità delle nostre risposte e le dinamiche tra i membri della famiglia contribuiscono a costruire il contesto nel quale il comportamento prende forma.

Questo non significa attribuire automaticamente alla famiglia la «colpa» di un problema. Significa riconoscere che il comportamento di un animale sociale si sviluppa anche dentro le relazioni. Marchesini sottolinea proprio come la relazione possa avere ruoli diversi: talvolta contribuire all’origine o al mantenimento di una difficoltà, altre volte essere semplicemente il luogo nel quale quella difficoltà si manifesta e, attraverso le risposte reciproche, può amplificarsi o attenuarsi. — Roberto Marchesini, Istruzione cinofila, § 16.3 «Caratteristiche del milieu interno», p. 390.

Anche Manunta propone di considerare il cane non come un oggetto sul quale intervenire, ma come un individuo inserito in un sistema di relazioni nel quale ogni componente influenza ed è influenzata dagli altri. — Federica Manunta, Prendersi cura del cane attraverso la relazione. Dal cognitivo-relazionale alla referenza-relazionale.

Dal «come lo faccio smettere?» al «che cosa sta succedendo?»

Questo cambio di prospettiva ha conseguenze molto concrete.

Se un cane ringhia, concentrarsi esclusivamente sull’eliminazione del ringhio può far scomparire un segnale senza aver modificato ciò che lo ha prodotto. Se abbaia perché una situazione lo preoccupa, impedire semplicemente l’abbaio non rende necessariamente quella situazione meno preoccupante. Se si allontana durante un’interazione, richiamarlo continuamente senza domandarsi perché cerchi distanza rischia di ignorare un’informazione importante.

Comprendere un comportamento significa allora ricostruire un sistema: chi è quel cane, cosa sta provando, cosa desidera o cerca di evitare, cosa ha imparato, quanto è attivato, in quale situazione si trova, con chi sta interagendo e quali conseguenze hanno avuto esperienze simili in passato.

A volte dovremo aggiungere un’ulteriore domanda: è cambiato qualcosa nel suo stato fisico? Dolore, malessere e alterazioni fisiologiche possono infatti modificare emozioni, motivazioni e comportamento; Marchesini ricorda esplicitamente che un problema espressivo non deriva necessariamente da un’alterazione comportamentale e che anche condizioni fisiologiche possono ripercuotersi sull’espressività del cane. — Roberto Marchesini, Istruzione cinofila, sezione sulla coordinata somatopsichica e sui parametri di well-being, p. 510.

Il comportamento, insomma, non nasce «dal nulla». Ma neppure possiede un piccolo dizionario universale nel quale a ogni gesto corrisponde un significato fisso.

È l’espressione di un individuo che, con la propria storia e il proprio stato presente, sta cercando di affrontare una determinata situazione.

Imparare a osservare il cane in questo modo non significa complicare inutilmente le cose. Significa smettere di chiedersi soltanto «come faccio a far cessare questo comportamento?» e cominciare con una domanda molto più utile:

«Che cosa sta succedendo, qui e ora, a questo cane?»

 

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